FUTSAL: Kaoru Morioka, il Pivot

FUTSAL: Kaoru Morioka, il Pivot

FUTSAL: Kaoru Morioka, il Pivot

La storia di un Pivot.

Capitolo 4 del racconto biografico di Kaoru Morioka, giocatore di caratura internazionale, Pivot. Storia che mostra in maniera sufficientemente precisa quanto sia difficile diventare un giocatore di futsal e soprattutto quanto sia diverso dal mondo del calcio.

Articolo tratto dal sito di Ultimo Uomo, traduzione curata da A. Abbate, in esclusiva per la testa appena citata.

 

CAPITOLO 4 L’incontro con il futsal

La rivista sul calcio che mi ha cambiato la vita

 

Volevo giocare a calcio, ma non sapevo dove andare, a chi rivolgermi e se sarei stato effettivamente capace di giocare. L’ultima volta che avevo toccato un pallone era stato poco prima di ritirarmi dal liceo, più di tre anni addietro. Non avevo nessun amico che ci giocasse e potesse consigliarmi, quindi a forza di scervellarmi ebbi un’intuizione:  pensai che forse in qualche rivista sul calcio (non pensavo minimamente al futsal) ci sarebbe stato qualche annuncio in cui squadre amatoriali cercano giocatori per partecipare a tornei o campionati.
Mi diressi di corsa verso il convenience store più vicino e una volta arrivato lessi in piedi da cima a fondo un magazine sul calcio che si trovava nell’angolo delle riviste.  Avevo quasi letto tutta la rivista e non avevo trovato un singolo annuncio. Mi fermo per una piccola riflessione: era ovvio che una squadra di calcio non scrivesse annunci su delle riviste, ma all’epoca ero così ingenuo e fuori dal mondo da credere che fosse una cosa possibile. Quando stavo ormai per arrendermi e rimettere la rivista al suo posto, la mia attenzione venne catturata da un piccolo inserto pubblicitario che si trovava proprio nell’ultima pagina. L’inserto recitava “partecipate a individualmente a sessioni di futsal!”.

 

Avevo  sentito parlare del futsal da qualche parte tanto tempo prima: adesso il futsal in Giappone è popolare e si ha una idea ben precisa delle differenze tra questo sport e il calcio, ma all’epoca le notizie su questo sport erano poche e frammentarie, il movimento non era ben sviluppato a livello nazionale e la gente comune non aveva idea di che cosa fosse. Quando lessi l’inserto la mia reazione fu “dovrebbe essere quello sport simile al calcio,no? In quanti si giocava? 5,6,7? Va bene dai, sempre meglio di niente …” Sapevo che forse avrei avuto bisogno di rimettermi un altro po’ in forma prima di tornare a calciare un pallone, ma l’inserto recitava condizioni troppo allettanti per lasciarmele scappare. Il campo da gioco era vicino casa e la quota di partecipazione era di 1500 yen per 2 ore. Registrai sul telefonino il numero di telefono che l’inserto riportava e telefonai subito dopo essere uscito dal convenience store.

 

“ Tokyo bay futsal club, buongiorno!”

“Buongiorno! Ho letto del vostro annuncio su una rivista. Faccio ancora in tempo a partecipare?”

“Non c’è limite alle prenotazioni, basta presentarsi puntuali al campo.”

“Ah, ho capito … Grazie mille!” e riattaccai.

 

Le due ore di partecipazione individuale erano strutturate in questo modo:  le persone che volevano calciare un pallone si presentavano al campo, venivano divise in squadre iniziavano a giocare. Dopo 15 minuti circa il gioco si interrompeva e i partecipanti venivano nuovamente inseriti in altre squadre, cominciando così una nuova partita. Si arrivava quindi a giocare 8 mini partite in 2 ore.

 

Prima di cominciare non sapevo che persone avrei trovato come compagni o avversari, ma in realtà la mia preoccupazione più grande era un’altra: tornato a casa per preparare il borsone mi ero accorto di non avere più magliette, pantaloncini e scarpe da calcio. Credevo che mio padre avesse conservato la mia roba, ma evidentemente sono stato troppo ottimista. Dato che non c’era tempo per andare a comprare l’abbigliamento tecnico, presi le prime cose che trovai in giro per casa e mi recai al campo. Mi presentai al campo rosso di vergogna: il completino della prima partita di futsal della mia vita era composto da una t-shirt, i pantaloni della tuta e un paio di mocassini. Sembravo pronto per andare a fare la spesa al supermercato, altro che futsal.

 

Lo stop con la suola, imparato da autodidatta

Giocare a futsal per la prima volta, dopo tre anni di inattività, è stato molto più duro di quello che pensassi. Mi è bastato muovermi pochissimo per avere già il fiatone e non sono riuscito a toccare la palla quanto volevo. Ogni volta che provavo a calciare in porta il pallone il mocassino si sfilava e in un paio di occasioni è volato a pochi centimetri dagli avversari, ma alla fine mi sono divertito parecchio. Mi sentivo felice come quando ero bambino. Le sensazioni provate durante le risse non erano minimamente paragonabili a all’esplosione di gioia di questa prima sessione di futsal.

 

Verso Maggio, a Tokyo la sera cala una lieve frescura che rende davvero piacevole fare sport. Mi sentivo come in estasi. Quella a cui ho partecipato era una serie di mini partite di futsal, ma non lo stavo facendo né in una scuola di futsal né in una squadra: per questo motivo nessuno ti spiegava le regole o il modo corretto di stoppare la palla. Inoltre venendo i partecipanti tutti singolarmente o al massimo in coppia, a parte qualche “bravo!” in occasione dei gol segnati non è che ci fosse tutto questo dialogo tra compagni di squadra. In meno di due minuti i membri dello staff si presentarono, ci divisero in squadre e la partita cominciò. Non sapevo niente della regola dei  4 secondi sulla rimessa laterale o dei 5 falli: le imparai guardando gli altri. Alla partita partecipavano anche un anziano e delle ragazze, quindi per me che ero un principiante il livello medio della partita era perfetto.

 

La cosa che notai subito era che non riuscivo a stoppare la palla come volevo: il pallone di futsal è più piccolo e pesante di quello da calcio, per questo motivo il rimbalzo è quasi nullo. Inoltre la distanza con l’avversario è molto ridotta rispetto al calcio e sbagliare lo stop può voler dire vedersi rubata la palla. “E se provassi a stoppare la palla con la suola?”. Anche quando ero in Perù proteggevo la palla stoppandola con la suola. A calcio ad 11 non mi capitava spesso di utilizzare quella tecnica, ma quella volta me ne ricordai e non appena stoppai con la sua la prima palla ebbi come un epifania: mi accorsi che quella tecnica di stop era perfetta per il futsal. Un mio compagno di squadra che vide quella tecnica mi venne a parlare alla prima pausa.

 

“Giochi a futsal?”

“No, no … in realtà oggi è la prima volta.”

“Sei bravo!”

“Davvero? Non credo … “

 

Non lo diedi a vedere, ma quando ricevetti quel complimento ero davvero contento. Dopo circa 7 anni dall’ultima volta avevo riassaporato la sensazione di essere felice giocando a calcio.

 

L’incontro con Nakamura-san

Se non avessi incontrato quell’uomo probabilmente non sarei arrivato dove sono adesso. I miei successi sono dovuti alle persone che mi hanno sostenuto e dalle quali ho imparato qualcosa, e Hisanori Nakamura è stato sicuramente una di queste persone. La prima volta che l’ho incontrato è stato due giorni dopo la mia prima sessione di futsal. Tornai nuovamente al Tokyo bay futsal club per partecipare ad un’altra sessione. La differenza più rilevante rispetto alla prima volta era da riscontrarsi sicuramente nelle scarpe: avevo comprato un paio di scarpe da futsal in un negozio di articoli sportivi, dicendo definitivamente addio ai mocassini.

 

Alle sessioni di futsal individuale non sapevi mai chi veniva e se il livello della partita era adeguato alla tua bravura o meno. Tra la gente che trovai alla mia seconda sessione non ce n’era nemmeno una che aveva partecipato alla prima. Tra questi c’era anche Nakamura-san. Non appena lo vidi capii subito che quel tizio ci sapeva fare. Tra tutti i partecipanti di quella sera era il più bravo, e anche di parecchio. Quando capitammo nella stessa squadra riuscimmo a sviluppare una intesa di gioco immediata, riuscendo a realizzare 1-2 rapidi e giocate d’alta scuola. Mi stavo divertendo come un matto. Se nella prima sessione avevo riscoperto la gioia di calciare un pallone, dopo questa seconda mi sentivo come ammaliato dal futsal: sentivo che avrei potuto continuare per ore.  Nakamura-san venne da me e mi disse “sei bravo! In che squadra giochi?”. Gli spiegai che in realtà ero peruviano e che era la seconda volta che giocavo a futsal. Non appena sentii queste parole Nakamura-san replicò così: “io gestisco una squadra di futsal, perché non vieni ad allenarti con noi?”

 

Venni così a sapere che Nakamura-san aveva una sua squadra e che al momento partecipava alla sessioni di futsal individuale come parte del programma di riabilitazione da un brutto infortunio che lo tormentava da tempo. La sua squadra si allenava in una palestra di proprietà del comune e destinata alle attività della comunità. Si pagava un canone d’affitto irrisorio, qualcosa come 500 yen per tre ore.  Era molto più conveniente di pagare 1500 yen per due ore, quindi accettai l’invito senza pensarci due volte.

 

Per pura coincidenza all’epoca il luogo di lavoro di Nakamura-san era molto vicino al mio. In quel periodo lavoravo come muratore nei cantieri delle case in costruzione. Ero iscritto ad una sorta di collocamento, quindi il lavoro era saltuario e poteva anche capitare di passare qualche mese senza lavorare. Fortunatamente il capo dell’impresa mi prese in simpatia e mi utilizzò ogni qualvolta che veniva appaltata la costruzione di una nuova casa. Non è che stravedessi per il lavoro di muratore, ma ormai dovevo rigare dritto. Sono un tipo che quando deve fare qualcosa impiega ogni energia di cui dispone, senza fermarsi un attimo: credo fosse questo che il capo apprezzava di me. Quando spiegai a Nakamura-san che lavoravo in un cantiere mi disse che sarebbe venuto a prendermi alla fine di ogni giornata di lavoro.  Stentavo a crederci: io che non avevo fatto altro che causare problemi al prossimo venivo trattato in maniera così gentile e altruista. Qualche giorno dopo il nostro primo incontro mi venne a prendere al cantiere e salii sulla sua macchina. All’epoca non potevo saperlo, ma l’incontro con Nakamura-san si rivelò essere la chiave che mi aprì le porte del mondo del futsal.

 

Il battesimo del futsal

Quando il primo allenamento finì, pensai “basta, questa è l’ultima volta!”.

 

Mi immaginavo che l’allenamento fosse un po’ come le sessioni di futsal individuale, con la gente che calcia la palla divertendosi. Scoprii sulla mia pelle come il futsal amatoriale e quello agonistico fossero due mondi diversi.  Innanzitutto non ci fu una sola pausa per tutta la durata dell’allenamento. Per me che ero ancora fuori forma fu un vero e proprio trauma. La cosa più difficile però fu capire i movimenti da eseguire durante la partita. Scoprii come i movimenti da eseguire nel futsal fossero completamente diversi da quelli del calcio: nel futsal si gioca cambiando continuamente posizione di gioco, cosa che richiede uno sforzo fisico e mentale continuo. Guardando la partita di allenamento tra i compagni di squadra, rimasi sconvolto per la velocità e precisione dei passaggi. Provai anch’io a seguire il loro esempio,ma non ci capii nulla. Una volta passata la palla in avanti rimasi fermo nella mia posizione e dopo nemmeno un secondo qualcuno mi  urlò “cosa fai li? Spostati!”. Non appena mi spostati qualcun altro mi gridò “non li! Siete già in due a coprire lo stesso spazio!”. Ammetto che reagii quasi stizzito ai loro rimproveri: volevo soltanto calciare la palla, non capivo perché si arrabbiassero così tanto con me che ero un principiante.

 

Soppressi il mio istinto di andarmene a metà allenamento e rimasi fino alla fine. In macchina sulla strada di ritorno Nakamura-san mi disse “non ti preoccupare! All’inizio nessuno capisce quali siano i movimenti giusti. Se continuerai ad allenarti così diventerai sicuramente un buon giocatore. Non mollare!” Dato che mi sembrava scortese nei confronti di Nakamura-san  smettere dopo un solo allenamento, mi recai agli allenamenti una seconda volta ed una terza, sempre col pensiero fisso in testa che sarebbe stata l’ultima. Il punto di svolta si ebbe quando partecipai ad una partita amichevole contro il Cascavel (adesso questa squadra si chiama Pescadola Machida e milita in F league). All’epoca tra le persone che giocavano agonisticamente a futsal non ce n’era una che non conoscesse il Cascavel, era la squadra più forte in assoluto. Facevano parte di quella squadra giocatori eccezionali come Shuji Kai, Kiyoshi Sagane, e i nazionali giapponesi Takaaki Ichihara e Yoshifumi Maeda. Alcuni di loro erano amici di un paio dei nostri giocatori, quindi ogni tanto venivano a giocare delle partite amichevoli.  Ovviamente io non sapevo nulla di loro. Ancora rido quando penso che la prima volta che sentii Cascavel, tratto in inganno dalla pronuncia giapponese del nome della squadra, credevo che avremmo giocato contro una squadra di kazukabe, un quartiere non troppo distante da Tokyo.

 

Non mi dimenticherò mai di quella prima partita contro il Cascavel: Erano tutti fortissimi e facevano girare la palla ad una velocità spaventosa. Subimmo non so quanti gol senza riuscire mai nemmeno ad intercettare la palla. Ero completamente fuori dal gioco e mi sentivo ferito nell’orgoglio. Pensando razionalmente tutta quella differenza di livello tra le due squadre era scontata, ed io che ero solo un principiante non potevo certo fare granché, ma per quanto mi sforzassi di trovare una giustificazione non riuscivo a darmi pace. Mi rodeva così tanto che usai come scusa una piccola botta rimediata in un contrasto, chiesi il cambio e non rientrai più in partita. Mentre guardavo il resto della partita dalla panchina pensavo “Adesso è presto, ma vedrete che un giorno mi rifarò con gli interessi …” Dentro di me era nato un sentimento di rivalsa che mi fece abbandonare l’idea di chiudere col futsal.

 

La nascita di Kaoru Morioka, il pivot

Il mio ruolo in campo è quello di pivot. Quello del pivot è un ruolo simile al centravanti nel calcio ad 11: è l’uomo più avanzato della squadra e ha il compito di proteggere palla, girarsi e tirare in porta, oppure passarla ai compagni che si inseriscono dalle retrovie.  Sono diventato un pivot perché all’inizio non riuscivo a capire quali fossero i movimenti corretti da effettuare in partita. Il mister mi provò dunque come pivot dicendomi che sarebbe stato sufficiente che io riuscissi a stare davanti e proteggere la palla. Giocare in quella posizione mi piaceva molto: ero sufficientemente robusto e fin da bambino amavo sentire la porta vicina e tirare il più possibile. Imparai la tecnica di base del pivot in fretta. La tecnica è la seguente: se sono pressato da un difensore e mi trovo ad avere la palla spalle alla porta mi guardo intorno. Se c’è un compagno nelle vicinanze gliela passo, se non c’è la ripasso indietro. Se il difensore si scopre troppo durante la marcatura lo aggiro ruotando il corpo insieme alla palla e tiro subito in porta.  Il ruolo mi piacque subito e fu così che nacque il Kaoru Morioka, il pivot.

 

Dopo la sconfitta contro il Cascavel mi posi un piccolo obiettivo, quello di diventare il più bravo della squadra. Per riuscirci cominciai a dare il massimo agli allenamenti e a guardare video di partite di futsal dei campionati di tutto il mondo e a studiare i movimenti dei grandi pivot. Il primo giocatore di cui mi innamorai fu la leggenda del futsal brasiliano, Manoel Tobias. Rimasi davvero impressionato dalla sua capacità di tiro: se un difensore lasciava scoperto uno spazio di pochi centimetri lui inclinava la gamba destra fino a formare un angolo di 45 gradi col piede d’appoggio e tirava subito di punta. Cercavo di replicare quel tiro ad ogni singolo allenamento ed adesso questo tipo di tiro è diventato il pezzo migliore del mio repertorio.

 

Un altro pivot che avevo preso come modello era Carlos Roberto Castro da Silva, detto Choco. Anche lui era un nazionale brasiliano e la sua capacità di effettuare finte di corpo per smarcarsi quando si trovava spalle alla porta era strabiliante. Ho visto i video della nazionale brasiliana di futsal centinaia di volte.  Ho imparato molte cose anche dal pivot del Cascavel, Kiyoshi Sagane. Ovviamente non è che lui me le abbia insegnate direttamente: gliele ho “rubate” vedendolo giocare durante le partite di allenamento che giocava contro di noi. Più che la sua capacità di girarsi e tirare, quello che mi colpiva di Sagane era la sua capacità di scaricare la palla ai compagni che accorrevano dalle retrovie. Guardandolo riuscii a capire appieno quali dovevano essere i movimenti da eseguire per  diventare un buon pivot.

 

Una volta mi misi alla prova partecipando ad un torneo riservato a giapponesi di seconda o terza generazione.  La prefettura di Gunma è così piena di immigrati brasiliani o nippo – brasiliani di seconda generazione da venire chiamata “Il Brasile giapponese”. Venivano spesso organizzati tornei di futsal che si concludevano in un’unica giornata ed io partecipai ad uno di quelli. Al mio primo torneo in assoluto venni eletto come miglior pivot della manifestazione.  Eravamo riusciti ad arrivare fino in finale, ma la squadra era composta da soli sei membri e ci presentammo alla partita decisiva stanchissimi. Perdemmo quella finale malamente. Ero comunque soddisfatto dell’esperienza perché riuscii a segnare parecchi gol e ad eludere le marcature dei difensori avversari con relativa facilità, nonostante questi fossero brasiliani.  Proteggevo la palla utilizzando le tecniche che gli adulti mi avevano insegnato per le strade del Perù: stoppavo la palla con un piede e utilizzavo il piede d’appoggio come blocco per impedire al difensore di avvicinarsi. Una volta Nakamura san venne da me e mi disse “se sei tu a proteggere il pallone, nemmeno i giocatori del Cascavel possono toglierti la palla”. In effetti nella partita di allenamento contro di loro, in una occasione soltanto, mi ritrovai a difendere la palla nelle vicinanze del calcio d’angolo: per quanto Ichihara si sforzasse non riuscii a sradicarmi la palla dai piedi.

 

Non era esattamente come nelle risse, ma trovai interessante il fatto che gli 1vs1 fossero molto più frequenti che nel calcio.  Mi ero avvicinato al futsal da poco, ma ormai la “febbre” per questo sport mi aveva contagiato e non mi avrebbe più lasciato.

 

L’anno di vuoto

Purtroppo il mio primo assaggio di futsal si concluse lì e dovetti fermarmi per un anno. La causa fu la nostra sconfitta al torneo nazionale di futsal. All’epoca non esistevano né la F League né la Kanto League, quindi l’unico obiettivo per tutte le squadre di futsal era il torneo nazionale. La squadra di cui facevo parte, il Botafego, si allenava con l’obiettivo di riuscire a vincerlo. Purtroppo durante la fase di qualificazione regionale perdemmo per 5 a 2 contro il Winning Dog.

 

Nel Winning Dog giocava Kenichiro Kogure, che sarebbe diventato prima giocatore dei Firefox, poi dei Nagoya Oceans e della nazionale giapponese.  Segnava tantissimi gol, ma non era l’unico giocatore importante di quella squadra: aveva chiamato con se anche Masato Iwata e i fratelli Yuuya e Shinya Kohara, giocatori dalle grandi qualità tecniche. A completare l’elenco c’erano anche i brasiliani Okada Santos Ziogo e Daniel Ooshiro. Dopo aver perso quella partita, il Botafego venne sciolto.

 

Adesso esistono sia l’F League che le serie minori regionali, ma all’epoca le cose non stavano così. Tutti noi ci eravamo allenati per un anno per poter partecipare al campionato ed una volta estromessi dalla competizione non c’era più nessun altro obiettivo al quale aspirare. La delusione era grande, ma non eravamo certo l’unica squadra ad essersi sciolta dopo l’eliminazione. I miei compagni se ne fecero una ragione in tempi brevi: in fondo anche il Winning Dog venne sconfitto durante la fase nazionale e fece la nostra stessa fine.  Spesso capitava che le squadre che avevano partecipato a questi tornei di alto livello pur di giocare e provare sensazioni simili si iscrivessero ai tornei in un’unica giornata. Un po’ per la frustrazione di non trovare avversari validi e un po’ perché anche i giocatori delle altre squadre partecipanti non ci tenevano a passare per vittime sacrificali spesso l’atmosfera che pervadeva questi tornei era parecchio nervosa e le partite finivano in rissa.

 

Anche a me è capitato spesso di venire espulso durante la partecipazione ad un torneo da un giorno. Non ero riuscito a limare perfettamente alcuni lati del mio carattere e cadevo facilmente nelle provocazioni: una volta rifilai un calcio a palla lontana ad un avversario che faceva lo sbruffone.  Un’altra volta sono venuto alle mani con un argentino. Mi aveva offeso in spagnolo pensando che non avrei capito il contenuto delle sue parole: risposi a tono e passammo dalle parole ai fatti, spintonandoci a vicenda. Non ci fu comunque bisogno dell’intervento di qualcuno per placarci.

 

Non avendo più né una squadra con cui allenarmi né un vero obiettivo a cui dedicarmi mi sentivo come se i fili che tenevano nascosta la parte peggiore del mio carattere si fossero spezzati all’improvviso, rilasciandola. Fu così che per un anno tornai ad essere “Teru”. Non è che facessi le stesse bravate da teppista di prima che finissi in carcere, ma passavo le sere nel mio vecchio quartiere di Funabashi a bere, fumare e divertirmi a cuor leggero. Forse l’essere tornato “Teru” era una specie di reazione uguale e contraria alla serietà con cui mi ero dedicato agli allenamenti e al futsal, una sorta di molla. Partecipai a diverse sessioni di futsal individuale, ma passai un anno senza allenarmi con una squadra. Persi i contatti con tutti i miei compagni del Botafego e non provai mai a chiamare Nakamura-san.

 

Puntare alla Super League

“Kaoru! Che fine hai fatto?”. La persona che dall’altro capo del telefono mi aveva posto questa domanda era Nakamura-san. Quando mi decisi a chiamarlo era passato un anno dall’ultima volta che ci eravamo sentiti.

 

“Nakamura-san, come va? Tutto bene?”

“Io sto bene! Tu invece? Dove ti trovi adesso?”

“A casa, sempre nella stessa zona …”

“ Sempre nella stessa zona?E’ una vita che ti cerco! Al cellulare non rispondevi mai …”

“Mi dispiace, ho dovuto cambiare numero di telefono e ho perso molti contatti …”

“Giochi ancora a futsal?”

“In realtà al momento no …”

“Hai voglia di riprovare? Sto giocando con una nuova squadra e stiamo cercando di qualificarci per la Super League. Tra non molto tempo ci sarà la partita decisiva per la qualificazione. Stavo pensando che se ci fossi anche tu avremmo sicuramente qualche possibilità in più di salire. Ti va di allenarti con noi?”

“Certo che mi andrebbe! Vengo di sicuro!”

 

Il mio rientro nel futsal dopo un anno di pausa avvenne grazie a quella telefonata. A differenza della mia precedente esperienza però, questa volta c’era un fattore che rendeva le cose più complicate: La nuova squadra si allenava a Chigasaki, nella prefettura di Kanagawa. Da casa mia ci volevano più di due ore di treno all’andata e altre 2 al ritorno. Di per se la durata del viaggio non era poi così proibitiva, ma l’allenamento finiva alle 11 di sera. Quindi se ci fosse stata una riunione post allenamento o un qualsiasi altro imprevisto avrei sicuramente perso l’ultimo treno per tornare a casa. Nakamura-san viveva nella prefettura di Kanagawa e si preoccupava di accompagnare i più giovani o chi non aveva i mezzi per tornare a casa, ma casa mia era davvero lontana e io non volevo approfittare in continuazione della sua gentilezza: aveva già fatto tanto coinvolgendomi nuovamente negli allenamenti. Optai per una soluzione più efficace e mi trasferii in un luogo sufficientemente vicino al campo di allenamento. La mia nuova abitazione si trovava a Samukawa, a 20 minuti di treno da Chigasaki. Feci quel trasloco anche per tracciare nettamente una nuova tappa della mia vita: da quel momento in poi mi sarei concentrato solo sulla Super League. Mi feci raccomandare dall’impresa edile in cui lavoravo a Tokyo e riuscii a trovare lavoro. Ogni giorno finito il turno in cantiere prendevo il treno per Chigasaki e andavo ad allenarmi. Seguii questa routine per circa due mesi.

 

Esordii nella partita decisiva per la promozione: La nostra squadra, gli “Omoni”, sfidava gli “Sharks”. Purtroppo perdemmo la partita per 5 a 3 e non riuscimmo a partecipare alla Super League. Esattamente come accadde con il Botafego, dopo questa sconfitta gli Omoni si sciolsero.

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